sabato 12 agosto 2017

Io #viajosola.

Era il 2005 quando, liceale, seduta tra i banchi di scuola, mi accingevo a svolgere una delle prove del fatidico esame di Stato. La materia era l'italiano e, tra le alternative, scelsi il saggio breve.
Titolo: il viaggio come percorso interiore.
Ricordo ancora la serenità con cui scrissi quel saggio, tutto d'un fiato, tra citazioni di filosofi, storici e letterati.
"ll vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi." (Marcel Proust)  

Oggi, più che mai, il viaggio è un bisogno da riscoprire.
Abituati a navigare soltanto sullo smartphone, voyeuristi delle vite altrui, abbiamo dimenticato il vero significato del termine "connessione".
Vivendo in una societá in cui tutto deve essere veloce, smart e easy, relazioni comprese, diventa fondamentale, per i più coraggiosi, staccare letteralmente la spina, godersi il silenzio e il passare del tempo, per perdersi e lentamente ritrovarsi.
Ed è per questo motivo che ho deciso di intraprendere il mio primo viaggio da sola, seppur in terra natia.

A chi avesse lo spirito e la voglia di partire in solitaria, consiglio il sito Viaggio da sola perché, del quale ho avuto il piacere di conoscere ed intervistare la co-founder Dana Donato, che si presenta cosi':

 
Mi chiamo Dana Donato, ho 31 anni e da qualche anno a questa parte ho messo via le mie paure e ho cominciato a viaggiare da sola. Ho sempre amato molto viaggiare ma fino a 3 anni fa per me non era altro che il sinonimo di "andare in vacanza". In certi casi lo è ancora, ma in altri vuol dire anche spostare la propria quotidianità da un luogo all'altro, magari lavorando e vivendo per un certo periodo totalmente immersa in un nuovo contesto e in una nuova cultura. In questo momento mi trovo in Canada, dove sono venuta con un visto lavorativo di 6 mesi. Adesso mi trovo a Toronto e, dopo un inizio burrascoso fatto di imprevisti e incomprensioni ho fatto amicizia con la città. 

1) Cosa ti ha spinto ad aprire il gruppo su Facebook "Viaggio da sola perché"?

La “scintilla” è nata durante l’estate del 2015 dopo una profonda riflessione sui motivi che mi avevano spinto a fare il mio primo viaggio da sola, dal quale ero tornata da qualche mese. In quel periodo leggevo molti blog di viaggiatrici e viaggiatori in solitaria e mi rendevo sempre più conto di non essere sola ad avere questa passione.
Dì li a poco mi sono resa conto che sì, c’erano molte donne che raccontavano i loro viaggi ma non c’era un luogo in cui tutte, anche coloro che non avevano un blog, potessero raccontarsi, confrontarsi e scambiarsi opinioni e consigli.
Da lì è nato tutto il progetto, che è stato co-fondato. Il primo step è stato il gruppo su Facebook, successivamente sono nati il sito e il blog.

2) Qual è stata l'esperienza più bella e più brutta vissuta durante i tuoi viaggi?

Fortunatamente non ho mai avuto brutte esperienze, piuttosto momenti difficili, come quando in Portogallo ho avuto problemi di salute e non ho potuto fare altro che anticipare il ritorno in Italia; oppure durante la prima settimana in Canada, ricca di imprevisti, dal bus per l’aeroporto che si rompe a metà tragitto allo staff dell’ostello che non voleva darmi la camera perché non riuscivo a prelevare contanti con la mia carta. Non le definirei brutte esperienze, solo piccoli incidenti di percorso che, quando sei lontana da casa e senza appoggi, possono sembrare insuperabili.
Il momento più bello finora è stato quando, dopo una pedalata di 16 Km tra colline e villaggi, sono arrivata a Odeixeice, un piccolo borgo di pescatori in Algarve, e li' ho visto l’oceano d’inverno.

3) Cosa pensi del movimento #ViajoSola?

Ricordo che è nato dopo che Marina Menegazzo e Maria José Coni, due ragazze argentine, sono state assassinate in Ecuador a inizio 2016. Ricordo la toccante lettera "Ayer me mataron”  scritta da Guadalope Acosta, in prima persona, come se fossero state le due ragazze assassinate a scriverla.
Il movimento #viajosola è nato per rivendicare il diritto delle donne a viaggiare senza dover essere costantemente additate come “quelle che se la vanno a cercare” se malauguratamente succede qualcosa. È nato anche per affermare con forza che in questi casi non è la vittima ad avere colpa di ciò che le è accaduto ma, piuttosto, della persona che coscientemente ha voluto farle del male. Viaggiare da sole è un diritto oltre che un piacere.
"Viaggio da sola perché" si batte anche per cambiare l’opinione di chi pensa ancora che la donna, per conoscere il mondo, abbia bisogno dell’assistenza maschile o genitoriale.

4) Cosa pensi dei messaggi prudenziali mandati dai tg e dai salotti tv successivamente ai fatti di cronaca che hanno coinvolto donne che viaggiano da sole?

Stiamo ancora subendo l’opinione di chi vede le donne come esseri indifesi, deboli e vulnerabili. Talvolta questi messaggi prudenziali virano molto verso questo retaggio culturale. Come per dire che, se succede qualcosa, è colpa nostra che non siamo state abbastanza attente.
Personalmente penso che quando si viaggia si debba per prima cosa tutelare se stesse, quindi informarsi bene sul luogo che si sta visitando, sulla cultura e la tradizione locale, sulle usanze, sulle leggi in vigore e sulle zone da evitare perché considerate pericolose o poco accessibili.
Dopodiché il viaggio andrebbe vissuto senza condizionamenti, con passione e felicità, senza privarsi di conoscere nuovi luoghi e nuove persone.

5) Cosa consiglieresti a chi si trova ad affrontare il primo viaggio da sola?

Dipende soprattutto dal tipo di viaggio che si sta per affrontare. Per chi è proprio alla prima esperienza consiglierei di scegliere una meta familiare oppure una città europea facile da raggiungere. Consiglierei di informarsi bene prima di partire e di organizzarsi almeno per i primi giorni.
Ripeto però, dall’esperienza con il gruppo Facebook ho capito che non c’è una prima volta uguale per tutte, ognuna di noi è diversa, c’è chi come primo viaggio da sola sceglie l’Asia o il Sud America, chi invece resta in Italia.
Nessuna di queste esperienze ha più valore o è meno significativa di un’altra, sono tutte esperienze che valgono la pena di essere vissute!

martedì 27 ottobre 2015

WOMAN di Patrizia Pepe piace solo allo IAP. #ImnotPatrizia

Riporto e sottoscrivo con piacere la lettera inviata ieri allo IAP (Istituto Autodisciplina Pubblicitaria) da una collega, Annamaria Arlotta, che attivamente e costantemente si batte per il blocco degli spot sessisti, soprattutto tramite la pagina Facebook "La pubblicità sessista offende tutti".
La lettera nasce in reazione alla alquanto insoddisfacente risposta dello IAP relativamente alla nuova pubblicità di Patrizia Pepe.

Spett. Iap,
avete replicato ad alcune nostre segnalazioni del video sessista di Patrizia Pepe “Woman” affermando che per voi è accettabile e non da censurare.


Ci domandiamo se forse, mentre lo guardavate, non avete fatto caso alla sequela di messaggi in stile Anni ’50 che contiene. Avete letto i sottotitoli, che dicono:
Posso lucidare questa casa/e farla splendere come una monetina/ nutrire un figlio/ oliare l’auto/ e incipriarmi il naso/allo stesso tempo. 
Vestirmi a punto/ fare le 4 del mattino/e poi addormentarmi alle 5/alzarmi alle 6/ e ricominciare da capo. Perché sono una donna/ ricordatelo. 
Se sei malato/ti farò stare bene/ se ti senti maledetto/spezzerò l’incantesimo
Se sei affamato/ti prenderò per la gola/ Se è l’amore che cerchi/ ti bacerò/ fino a farti tremare.
Dunque: pulire, farsi bella, essere stoica, curare, rassicurare, nutrire, offrire sesso ma SOLO se è l’amore che lui cerca. E se un giorno questa donna avesse, che so, l’influenza, andrebbe bene che l’uomo si arrabbiasse con lei per non essere al suo completo servizio come gli altri giorni? Brrr. 
Tornando al contenuto del video, per la Pepe essere in quel modo significa essere una vera donna: mestieri di casa, cura dell’uomo e una certa dose di autolesionismo. Wow, che messaggio in perfetta sintonia con la Convenzione di Istanbul contro gli stereotipi alla quale lo Iap ha aderito!
L’operazione della Pepe, che si avvale di inquadrature moderne, musica accattivante, cucine tecnologiche di altissimo costo, ragazze magre, ben vestite e dinamiche, è la peggiore manipolazione che abbiamo mai visto. Un’operazione subdola che serve a nascondere il messaggio sessista che serve loro a spingere le donne ad acquistare i loro prodotti.
Lo Iap non si è accorto di questo? 
Avete pubblicato un intero Quaderno dedicato al trattamento della figura femminile in pubblicità, ma al momento sembra che per sessismo voi intendiate più che altro la volgarità, come mostrate anche nei manifesti che illustrano al pubblico il vostro operato.
La volgarità è solo l’aspetto più facile da decifrare del sessismo.
 
Dopo decenni in cui vi occupate del fenomeno ci sembra che avreste dovuto già andare oltre l’ovvio e comprendere, ad esempio, che nel caso del video “Woman” ci troviamo di fronte a un imbroglio molto ben congegnato. 
Probabilmente vi ricordate le vecchie réclame della Pepe, con lo slogan “Who is Patrizia?”


Patrizia quindi è un manichino anonimo col volto coperto da oggetti ridicoli. La donna è umiliata. Con questa vi chiediamo di riaprire il caso Patrizia Pepe alla luce di quanto abbiamo scritto.  
Terminiamo preannunciando che poiché il Vs. Istituto è l’unico con la facoltà di monitorare e censurare le pubblicità sessiste, cosa che dite di impegnarvi a fare, ma che noi non consideriamo messa in pratica con sufficiente frequenza, è nostra intenzione scrivervi spesso per sollecitare un vostro urgente cambio di passo. 
Avete risposto a un’iscritta che protestava per telefono che eravate stanchi di lamentele. Non si tratta di lamentele ma di proteste che richiedono una risposta ben precisa.
In attesa di una Vs. risposta inviamo distinti saluti.



martedì 28 ottobre 2014

Il femminicidio per gli italiani: tutta colpa di razza e cultura straniere.

E' domenica sera quando si registra l'ennesima violenza nei confronti di una donna. Questa volta si parla della mia città, Catania, e di una ragazza prossima alla mia età, Veronica, 30 anni, uccisa dall'ex fidanzato nella sua macchina.
Dire che fatti del genere generano orrore, rabbia e paura, è una cosa scontata. Sarei l'ennesima persona a gridare contro l'ennesimo femminicidio, contro la mancanza delle istituzioni, di leggi adeguate, di mancati finanziamenti verso centri preposti a che questo non accada.
Quello di cui voglio parlare, infatti, non è tanto il fatto (purtroppo) compiuto, quanto le origini dello stesso.

Perché dire che Veronica è stata uccisa da un senegalese non aiuta.
Perché dire che tante ragazze sbagliano scegliendo di stare con ragazzi di colore non aiuta.
Perché dire che questa violenza ce la siamo cercata, non ascoltando lo #stopimmigrazione, l'emergenza ebola, e non rimandando i barconi indietro, non aiuta.
Perché dire che "moglie e buoi dei paesi tuoi" è meglio, non aiuta.























Tutto questo non aiuta perché sposta l'attenzione al problema.
Il problema per cui una donna ha la probabilità di morire non solo per tumori, incidenti, malattie, ma anche per mano del proprio partner o ex. E ciò a prescindere da pelle, razza o cultura.
E' degno di rilievo il progetto della Casa delle donne di Bologna, stopfemminicidio.it: "Impara a conoscere il fenomeno per poterlo combattere".
Forse dobbiamo ricordarci che i casi di femminicidio sono 1036.
Che su 1036 casi, 774 hanno avuto come autore un uomo di nazionalità italiana.
E che, quindi, il 75% delle donne uccise ha avuto un assassino italiano.
Ma questa è una notizia che ormai ci aspettiamo e che, per tal motivo, ci lascia indifferenti, mentre ascoltiamo il tg a tavola, di fronte ad un bel piatto di pasta.


Vi siete mai chiesti, voi italiani di qualunque genere, cosa fate personalmente, nel vostro quotidiano, perché questo non accada?
Vi siete mai chiesti cosa pensate delle donne?
Troppo emancipate economicamente? Troppo emancipate sessualmente?

Perché usare Facebook per fare i social-moralisti, postando frasi strappalacrime in bacheca, è alquanto inutile se poi vi fate due risate con stereotipi del genere:



Come è alquanto inutile, oltre che patetico, cavalcare l'onda della popolarità di un fatto, creando un proprio video su Facebook dove ci si sistema la chioma e si implora di essere condivisi.
"Per Veronica, perché nel 2014 non possono esistere queste cose". Ma solo nel 2014.




E' vero, in fondo, è soltanto tutta colpa di un negro.




venerdì 24 ottobre 2014

I giovani d'oggi e il precariato emotivo: è davvero tutta colpa della crisi?

Se il futuro dei giovani d'oggi è incerto, una cosa può esser detta: i giovani non amano più.
Almeno, non liberamente.

La questione non si riduce alla ragione, seppur valida, per cui a maggiore condivisione telematica sta corrispondendo una minore compassione umana. Se è vero che la facilità di acquisire maggiori informazioni sugli altri ci ha reso diametralmente più indifferenti agli stessi, è vero anche che si è persa l'empatia nei confronti delle persone che ti trovi accanto da tempo, e non solo verso quelle dall'altra parte dello schermo.


E' tutta colpa, allora, del modus comunicandi della nostra era? Io non credo.
Più del pettegolezzo di Facebook, del cinguettio di Twitter, dell'egocentrismo di Instagram, una cosa sta profondamente cambiando i giovani nei loro rapporti sociali: la disoccupazione.
Ci hanno insegnato che il lavoro nobilita l'uomo e che compiere il lavoro che si ama è la migliore approssimazione di felicità sulla terra.
Ma cosa succede quando manca? Può il lavoro definire tutto ciò chi siamo?

Una recente indagine del sito "It's just a lunch", riportata dall'Huffington Post, mostra che se il 75% delle donne intervistate probabilmente non uscirebbe con un uomo che non lavora, la maggior parte degli uomini avrebbe difficoltà ad intraprendere una relazione seria in mancanza di una propria stabilità economica.
La donna vorrebbe accanto un uomo che sappia mantenerla e dimostrare impegno verso qualcosa, l'uomo non potrebbe mostrarsi vulnerabile di fronte ad una situazione di bisogno.
Lo spot dell'ultimo profumo col famoso attore di turno ci dice "Rimani concentrato. Sii uomo. Un uomo di successo. L'uomo di oggi."
Non costituisce tutto ciò un grande stereotipo? Si. Ma è reale.


E' antica quanto i dinosauri la creanza per cui un uomo non è abbastanza virile o forte se non ha un lavoro, se non lo ha di successo o se non è capace di prendersi cura economicamente della famiglia.
Quanto questo può influire, in termini di ansie, paure e responsabilità per un uomo disoccupato o precario?
Non è una esagerazione parlare di precariato emotivo. Alcuni psicoanalisti la chiamano addirittura anoressia sentimentale.
Il tempo di crisi diventa una ragione accettabile di egoismo ed individualismo, per cui se non si è "felici" lavoratori, non si può essere impegnati sentimentalmente. Insomma, l'uno esclude l'altro.  
Ecco che essere single diventa una comodità, una condizione di convenienza contro le troppe aspettative del compagno/a. Come se un lavoro non sia fatto delle stesse capacità di team building, di flessibilità costruttiva, di dialogo ed ascolto, che dovrebbero esistere all'interno di una coppia.
Come se spostarsi da un Paese all'altro porti a cambiamenti drastici di valori e sentimenti. Solitamente ciò che cambia è solo la gabbia, respirando lo stesso conformismo sotto lo stesso cielo.
Insomma, mantenere una relazione a lungo termine, potrebbe rivelarsi un impegno troppo grande, a dispetto degli ipotetici trasferimenti, traslochi, stage non retribuiti, programmi Erasmus Plus, scambi internazionali.
Insomma giovani, è davvero tutta colpa della crisi?


Ne parla bene Alessia Bottone, con una laurea, un blog, tanti stage sulle spalle, nel suo libro "Amore ai tempi dello stage. Manuale di sopravvivenza per coppie di precari", che spiega come la figura pericolosa dell'amante sia stata sostituita da quella della "Crisi".
"E' la crisi il terzo nella coppia, l'elemento che decide se è il caso o meno di continuare la storia." 

 Anche il palermitano Walter Giannò, nel suo libro "Amore precario", evidenzia in maniera tragicomica le spaventose dinamiche del precariato in cui si imbattono  i giovani d’oggi, nell’impossibilità di coltivare serenamente un futuro in una società arrugginita, malata.


Forse il detto "due cuori e una capanna" è eccessivo, ma è diventato così patetico/utopico credere nell'esistenza di persone che, nonostante le difficoltà, riescano a sorriderti gridando "Buongiorno principessa"?
Perchè se la vita è precaria non è detto che debbano esserlo anche le relazioni.


venerdì 25 luglio 2014

Prova costume e "size discrimination"? Stay calm and put a #fatkini on your body.

Il fenomeno della "prova costume" attanaglia gran parte della popolazione femminile alle prime luci di giugno. Ecco che le pubblicità di yogurt, cereali, bevande, non fanno altro che ricordarti l'arrivo dell'estate, insieme ai corpi stupendi delle modelle delle aziende di costumi. La domanda che incombe è: come avere un corpo da bikini?



Beh, semplicemente indossandolo.



Ecco la risposta tutta americana che, da piccola eco della scorsa estate, si è trasformata quest'anno in una vera moda, un'attitude che porta con sè un sigillo, il fatkini.




  
Il fatkini è un costume a due pezzi che celebra le taglie curvy, divenuto famoso soprattutto quando Gabi Fresh, styleblogger, lo ha indossato incoraggiando le donne oversize a non vergognarsi delle proprie forme, e ne ha creato una collezione con il sito Swimsuits For All.


La fama dell'iniziativa ha fatto sì che molte ragazze riuscissero finalmente a mettersi in mostra col loro fisico senza subire l'imbarazzo delle reazioni esterne.






"Thick or thin I love myself."
"Oh, no worries. I'll just be over here, wearing stuff you think I shouldn't." 

Applausi.






Recente è il caso di Sam Newman, una ragazza sovrappeso che ha accusato Instagram di "size discrimination" per aver cancellato delle sue foto in abbigliamento intimo: “Le mie foto non si adattano alla loro idea di normalità”.
Che Instagram adotti una politica dubbia sulla fisicità e propenda a censurare foto del genere piuttosto che immagini legate ad autolesionismo o disturbi alimentari, ne avevo già parlato qui.



Ad ogni modo, è importante che le persone sovrappeso, almeno fuori dall'Italia, stiano riuscendo a liberarsi dalla paura della gente, dei loro pregiudizi estetici e di quella percezione culturale che decide cosa è bello da cosa non lo è.
Lo ha spiegato molto bene la blogger Jenny Trout, che sul suo blog e su HuffPost Women, ha pubblicato un articolo dal titolo: "I wore a bikini and nothing happened", inserendo una sua foto in costume.
  
"As a society, we need to be more honest in our discussions of other's bodies. If we can't avoid those totally unnecessary conversations, then we should at least admit the truth to ourselves: That this has nothing to do with health, and everything to do with the control we believe is our right to exert over others."





"Come società, abbiamo bisogno di essere più onesti nei nostri discorsi sui corpi degli altri. Se non possiamo evitare quelle conversazioni totalmente inutili, allora dovremmo almeno ammettere la verità a noi stessi: che questo non ha nulla a che fare con la salute, e tutto ha a che fare con il controllo che crediamo sia nostro diritto esercitare sugli altri."



 

mercoledì 18 giugno 2014

Morale e denaro: la contraddizione del Moige

Si è svolta ieri presso la cerimonia di consegna del “Premio Conchiglia Moige”, il riconoscimento tutto italiano per programmi e spot che vengono definiti "family friendly", perchè adatti per tutta la famiglia e, soprattutto, per i minori.Il premio quest'anno è stato assegnato a 8 fiction, 6 programmi di intratte nimento, 4 per ragazzi e 9 spot.
Tra i vincitori hanno ritirato il premio anche i conduttori Carla Gozzi e Enzo Miccio e la Vice Presidente Content and Programming di Discovery Italia Laura Carafoli, per il reality “Ma come ti vesti”, di Real time.
La motivazione? “Per aver insegnato a valorizzare il proprio aspetto fisico utilizzando poche risorse a disposizione, parlando più di stile che di moda, nel rispetto della propria personalità, trasmettendo buon gusto e piacere di guardarsi da un altro punto di vista”.

Scopro inoltre che è il terzo anno consecutivo che questa rete si aggiudica il premio.
“Siamo felici e onorati, anche quest’anno, di ricevere l’importante riconoscimento del Moige perché è in linea con gli obiettivi editoriali del nostro gruppo, Discovery Italia. In particolare con il canale Real Time – 8° canale nazionale - da sempre siamo molto attenti a proporre programmi di qualità e adatti ad una visione familiare. Inoltre, il genere di cui siamo stati pionieri, il factual entertainment, è amatissimo dal pubblico di tutte le età”. (L.Carafoli)

Il factual entertainment, per la Vice Presidente, è dato dall'intrattenimento ispirato alle attività di tutti i giorni e dalla cosidetta "aspirazionalità accessibile", con l'offerta di contenuti come "la casa perfetta, il matrimonio dei sogni, il guardaroba ideale".
Che il canale abbia sempre veicolato l'idea della donna omologata con i tratti della perfetta donnina di casa, maniaca dello shopping compulsivo, è risaputo, come anche il pericolo che ciò possa essere impronta diseducativa nel caso di un programma per bambine come "Guardaroba perfetto kids&teens"(della cui storia e petizione rinvio). 

Ciò di cui mi stupisco è invece il Moige, Movimento Italiano Genitori, e non perchè sia fan del movimento che spesso - a ragion veduta - viene criticato per l'atteggiamento troppo bigotto e censorio.
Ciò che mi sembra strano è aver ricevuto, in occasione della petizione di cui sopra, da Elisabetta Scala (Vice Presidente e responsabile dell’Osservatorio Media del Moige) una mail di risposta, dove si consideravano "opportune" le mie osservazioni sul programma, con relativo monitoraggio comunicato via Twitter.



Mi chiedo: come si può, "per opportune considerazioni", monitorare un programma e premiare allo stesso tempo chi l'ha messo in onda?

Le critiche sulla effettiva imparzialità del movimento non si arrestano quando esso stesso ha aziende che contribuiscono economicamente come partner per le loro campagne.
L'ultima tra tutte, "Sos tabacco minori", campagna di sensibilizzazione sul problema del contrabbando di sigarette, è finanziata da Philip Morris, BAT, Japan Tobacco e FIT, Federazione Italiana Tabaccai, ed ha ricevuto aspre obiezioni da Giacomo Mangiaracina (direttore scientifico dell’Area Tabagismo della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori e presidente dell’Agenzia Nazionale per la Prevenzione), proprio per la contraddizione insita nelle loro iniziative.
"Sono prive di efficacia, condannate dalla comunità scientifica e in grado di promuove subdolamente il friendly marketing, ovvero un'immagine amichevole del fabbricante e del venditore di tabacco. E' come dire a un pedofilo di fare educazione sessuale nelle scuole."

Morale o denaro? Questo è il dilemma. 
Insomma Moige, da che parte stai?

lunedì 16 giugno 2014

Io non sono #mediacomplice. Un assassino è un assassino.


Non sono un #mediacomplice!
Quando una donna è assassinata #nonraccontoscuse!

A tutti i media, bloggers, mezzi di informazione, utenti del web: assumiamoci la responsabilità di cambiare il linguaggio utilizzato nel raccontare l'assassinio di una donna!

Adottiamo il "bollino"di Anarkikka, ad indicare la nostra adesione ad una comunicazione corretta e rispettosa delle donne vittime di violenza.










Basta con notizie ed articoli di cronaca che usano termini ed aggettivi che implicitamente tendono a giustificare la violenza nei confronti delle donne: "un uomo geloso, abbandonato, invaghito di una collega…".




 Un uomo che uccide una donna è solo un uomo che ha ucciso una donna, un omicida. 









Abbiamo aperto un gruppo ed un evento su Facebook.
Condividete e partecipate!








giovedì 24 aprile 2014

Instagram: "Non permetteremo la promozione dei disturbi comportamentali". Bugia o fallimento manifesto?

E' il 2012 quando i webmagazine riportano la notizia: "Instagram si schiera contro autolesionismo, anoressia e bulimia". 
L'articolo sottolineava la politica della famosa applicazione gratuita nell'ostacolare la condivisione di immagini che sollecitassero disturbi del comportamento alimentare o qualsiasi forma di autolesionismo.
"Andando avanti, non permetteremo la sopravvivenza di alcun account, immagine, hashtags che promuovino o glorifichino comportamenti errati. Incoraggiamo fortemente le persone ad aiutare loro stesse o chiunque stia soffrendo. Riconosciamo l’importanza della comunicazione come forma di supporto, così da creare attenzione e poter essere di aiuto nel recupero delle persone vittime di queste situazioni."
Peccato che ciò sia una grande bugia o un fallimento manifesto.
E' facilissimo aprire l'app e imbattersi in quella serie di account, foto o hashtags che Instagram non avrebbe dovuto permettere.
Prendendo come esempio il tema dell'anoressia, cliccando semplicemente #ana il risultato è di 3.938.777 medias. Di seguito altri esempi di hashtags e di profili per la maggior parte aperti:


Ciò che si trova all'interno è il vero mondo dell'anoressia, fatto di #binge & #purge, di calorie centellinate, di attenzione alla fuoriuscita delle ossa del corpo, dal collo alle costole, al bacino, alle gambe.
Un disturbo che non fa distinzioni di genere e che colpisce, a dispetto degli stereotipi, anche molti ragazzi, che la chiamano #manorexia.






Ecco cosa diventa Instagram: un sipario in cui molti giovani mettono in mostra il loro percorso fisico e psicologico, le vittorie nel saltare i pasti, le fasi del dimagrimento, gli sbalzi di umore.





L'esempio della ragazza riportata nelle immagini a destra mostra il cammino della malattia e gli apprezzamenti esterni con likes e  commenti.




Una continua insoddisfazione, volta spesso all'autolesionismo e agli istinti suicidi, che cerca, nella esposizione social, likes e commenti come conferma, aiuto, supporto.


La moda del #wannabeskinny, oltre che essere veicolata dal sistema commerciale e sociale, trova quindi adesso un altro mezzo di diffusione, molto più istantaneo e più forte, perchè mette a nudo persone reali e gli effetti dei disturbi comportamentali, con maggiore immedesimazione e coinvolgimento.

Inutile dire che la politica di Instagram, limitata alle segnalazioni degli utenti, sia fallimentare. All'interno della piattaforma girano persino "anorexia-advice" che istruiscono su come diventare degli "ana" di tutto rispetto.

Credo che qualcosa debba essere fatto.



venerdì 17 gennaio 2014

Il Calendario delle Studentesse? Le donne islamiche sono segregate tanto quanto voi

Anno nuovo, calendario nuovo!
Ed ecco che quest'anno Duemilaequattordici mi ritrovo a parlare nuovamente del "Calendario delle Studentesse".
Questa volta il titolo del progetto è: Il coraggio è donna.
Strano il caso.

Come già avevo sottolineato in tempi non sospetti sul blog, il progetto, che "abbina da sempre il perseguimento di una missione sociale", ha via via fatto passi da gigante, dando vita a calendari sempre più "scoperti", tali da usare studentesse incaprettate sui binari per rappresentare il made in Italy (!!!) del Calendario 2011 "Italians do it better".



Strano che i fautori della lunga serie di calendari, che dal 2007 mostrano corpi più o meno (s)vestiti, manichini senza storia, oggi si facciano promotori della lotta alla violenza sulle donne.
Quante aziende, quante case di moda, prima alla ricerca della modella più bella e sensuale, ora non vedono l'ora di sbatterla sul cartellone con un occhio nero con lo sguardo indifeso?


Insomma, siamo di fronte alla solita strumentalizzazione del femminicidio per ottenere una pubblicità vincente del prodotto.

La sezione Donne di Fatto, de Il Fatto Quotidiano, con l'articolo di ieri, descrive come il Calendario delle Studentesse celebri "quante, dall’Italia alla Russia, passando per il Medio Oriente, abbiano scelto di liberarsi dai vincoli della sudditanza psicologica, fisica o sessuale di un singolo uomo o di una società maschilista nel suo complesso."



Prendiamo, ad esempio, il mese di agosto in cui la ragazza taglia il niqab per liberare la bocca.

Posto che prima di parlare di niqab, bisognerebbe conoscere qualcosa di più di ciò che dicono i  giornali, giova solo ricordare la frase di Fatima Mernissi, una delle più autorevoli studiose di Islam e femminismo islamico: "ridurre o assimilare l'hijab a uno straccio che gli uomini hanno imposto alle donne per velarle quando camminano per strada, vuol dire davvero impoverire questo termine, se non addirittura svuotarlo del suo significato."


Nawal al-Sa'dawi, scrittrice femminista egiziana, affermò che non si può analizzare correttamente l'Islame e la questione del velo senza un approccio comparativo.
"Ci sono donne che portano il velo come altre usano il trucco: per questo definisco il make-up un velo post-moderno. Essere coperte per dettami religiosi oppure spogliate per leggi di mercato è sempre una forma di schiavitù."

Sulla stessa scia, la Mernissi:
"Mi resi conto che la taglia 42 è forse una restrizione ancora più violenta del velo musulmano. [...] la bellezza, per una donna, è dimostrare quattordici anni. Le donne devono apparire belle, ovvero infantili e senza cervello. Così la frontiera dell'harem europeo separa la giovinezza bella dalla maturità brutta."

Se da un lato, quindi, la donna musulmana viene costretta dietro un velo fisico, la donna occidentale lo è in uno chador tutto occidentale: il trucco, la chirurgia plastica, la moda.

Anche una nostra connazionale, la giornalista Lilli Gruber, affezionata a queste tematiche, nel suo libro Figlie dell'Islam. La rivoluzione pacifica delle donne musulmane, sottolineò come "la visione occidentale della donna musulmana velata, sottomessa ai desideri di dominazione fisica e morale degli uomini, è pericolosa quanto quella fondamentalista che presenta il velo come unico strumento di liberazione dall'influenza degli stereotipi occidentali".

E' tristemente ironico come la lotta alla violenza di genere venga perseguita mettendo in atto stessa violenza, stessa stereotipizzazione e stessa segregazione.

Italiane, siete sicure di essere delle donne libere?









Abbina da sempre il perseguimento di una missione sociale...un medium finalizzato a incentivare la sensibilizzazione dell'opinione pubblica su tematiche di interesse generale.” - See more at: http://ladonnaobsoleta.blogspot.it/2011/11/il-calendario-delle-studentesse-i.html#sthash.jmdV8C5P.dpu

giovedì 16 gennaio 2014

I creativi #CoglioneNo? Colpa dell'Italia #CoglioneSI

Oggi mi sono alzata dal letto a fatica. Leggere determinati "articoli" di prima mattina non fa mai bene.
Sono diventati velocemente famosi e virali i video della campagna #coglioneNO, con la quale si rivendica il dovuto riconoscimento e compenso per il lavoro svolto dai cosiddetti freelance creativi (presumibilmente grafici, designer, registi, scrittori, e chi più ne ha più ne metta).
La ricerca della parità tra i mestieri più noti e "ordinari" (come elettricista o giardiniere) e freelance è qualcosa che ha destato grandi perplessità tra le penne più e meno emerite.



E' vero che il settore in questione è definito da un mercato del compratore, dove l'offerta supera la domanda e dove il creativo diventa un lavoratore non necessario e facilmente sostituibile da chi "si vende per meno".
Quindi è tutta questione di economia di mercato? Si.
Ma potremmo dire che l'economia è disancorata dalla cultura sociale di un Paese? No.
E' ciò che viene comunemente chiamato embeddedness, vale a dire "l'annidamento" delle attività economiche nella società.
La produzione, la distribuzione e il consumo dei beni dipendono infatti da fattori sociali come la cultura, le abitudini, il senso di responsabilità e la reciprocità verso gli altri.

Inutile dire che mio fratello, filmmaker che ha studiato e lavorato a Londra, è stato commissionato, contrattualizzato e retribuito adeguatamente e puntualmente per ogni lavoro da "freelance creativo" svolto in quello strano(!!!) Paese che è l'Inghilterra.

Uno dei rappresentanti della teoria dell'embeddedness è il sociologo Mark Granovetter, il quale osservò, ad esempio, che, dove l'economia è "embedded" in un ambiente dove domina la corruzione o la mafia, le conseguenze sui costi economici non possono che essere negative.

Quello che ha caratterizzato i commenti, articoli, post contrari al video, ribattezzati con l'hashtag #coglioneSI, non è certamente paragonabile ad una reazione mafiosa o corrotta.
E' qualcosa di peggiore.
E' la sagra della mediocrità.

Alcuni esempi.
- Nella maggior parte dei casi il “creativo non pagato” ha studiato “scienze della comunicazione”, facoltà che per sua natura sforna persone insulse, intellettualmente pigre e fortemente impreparate.

- La tua laurea non conta un cazzo. Non attesta la tua capacità di fare effettivamente qualcosa, ma soltanto il fatto che quello che sai fare non l’hai imparato da solo ma te l’hanno insegnato facendosi pagare profumatamente per farlo.
  
- Non devi spiegare al cliente che, se tu stai chiedendo dei soldi e suo cugggino no, è perché quel lavoro tu puoi farlo meglio di suo cugggino. Questo lui lo sa già. E indovina? Non gliene frega un cazzo, perché piuttosto che dover pagare per un lavoro fatto bene preferisce accontentarsi di un lavoro fatto così così ma per cui non deve sborsare un euro. E questo non perché sia un bastardo o perché non rispetti la tua creatività, ma semplicemente perché nella tua creatività non vede alcun valore aggiunto.

- Hai disgraziatamente deciso che avresti fatto un lavoro creativo perché il cantiere non ti avrebbe lasciato abbastanza tempo libero per i selfie

Queste iniziative diventano banchetto per la restante parte del nuovo precariato, bloggers, redattori, giornalisti, che scrivono di quel nuovo video virale sulla cresta dell'onda per assicurarsi visualizzazioni.
Ci sono tanti "giornalisti" che scrivono su importanti testate o parlano nelle edizioni del Tg della nuova crema per le mani usata da Kim Kardashian, ma di questi servizi nessuno si lamenta.
Misteri della fede.

Chi scrive non è nostro padre o nostro nonno, ma giovani come noi.
Giovani che vivono DI tecnologia, che difendono i "mestieri di cantiere" ma, con la loro dipendenza digitale, contribuiscono alla scomparsa di prodotti e servizi.
Magari scrivono anche, tessendone le lodi, della nuova start-up italiana che vince un premio all'estero ed è pronta a partire, non comprendendo che la loro stessa forma mentis è tra le cause della fuga di cervelli.

Insomma, la mancanza di solidarietà, il saccente paternalismo e la critica a-tutti-i-costi stanno avvelenando sempre più il nostro Paese.
Lo stesso Paese che si commuove del leggendario discorso di Steve Jobs a Stanford nel 2005, di quelle parole magiche Stay hungry, stay foolish, ma che alla prima occasione è pronto a negare la meritocrazia, sottovalutare le capacità altrui, adagiarsi sullo status quo, appoggiare i furbetti che sfruttano i giovani e gli imprenditori che non pagano.


sabato 4 gennaio 2014

I "buoni" propositi per l'anno nuovo

Propositi per l'anno nuovo:

1- Ringraziare per il lavoro gratuito che presto ogni giorno.
2- Sapere cosa succede nel mondo grazie ai trend topic di Facebook.
3- Ascoltare i Tg, pane quotidiano di verità.
4- Credere nello spread.
5- Conoscere più personaggi e meno persone.
6- Esprimere tanti "mi piace" e poche opinioni.
7- Guardare più il "profilo" che gli occhi altrui.
8- Circondarmi di persone che non mi mettano mai in discussione.
9- Essere più "selfie" e meno sexy.
10- Avere un amico gay, perchè "loro sono troppo simpatici e sensibili".
11- Trovare il principe azzurro col cavallo basso.
12- Vestirmi adeguatamente la sera che, semmai, "me la sono cercata".

martedì 10 dicembre 2013

Renzi e i diritti civili: 60% di voti, 40% di niente

Non voglio affrontare tematiche tanto disquisite come l'ambiguità del personaggio di Renzi all'interno del PD, o peggio ancora della sinistra italiana, o peggio ancora nel presunto complotto destroide.
Ciò che mi interessa e che mi diverte molto riguarda il sentimentalismo ipnotico e l'ingenuità sognante con cui Renzi espone tutti i punti focali dei suoi dibattiti.
Il comico Maurizio Crozza non ha potuto fare a meno di imitarlo sottolineando questa tendenza nello sketch del "Niente", per il quale l'ormai ex sindaco fiorentino - diciamolo - si è risentito abbastanza.



L'animo un pò "paraculo" si è palesato immediatamente anche nello confronto delle Primarie dello scorso anno, in mezzo a Bersani, Tabacci, Puppato e Vendola.
In quella occasione, relativamente ad una domanda sulla questione del Medio Oriente, Renzi rispose con enfasi: 
"Lei ha visto la Costituzione tunisina? Lì la donna è oggetto!" 
Ah Mattè, ma la tv italiana non la vedi?

Ecco, quell'aria stupita, da bambino sperduto in un centro commerciale, questo è ciò che non sopporto, soprattutto quando il caro Matteo è non solo normale telespettatore ma soprattutto ospite attivo della tv italiana (dai programmi politici a quelli della De Filippi). Un ospite, quindi, che ama molto il tubo catodico e che lo conoscerà altrettanto da sapere quanto la donna sia oggetto non solo in Tunisia e non solo quando è la Costituzione a dirlo.



A parte questo, trovo patetica e abbastanza subdola la strumentalizzazione della questione tunisina per parlare dei diritti delle donne, in un periodo tutto italiano di record per femminicidi e violenze.
Scoccia un pò veder cavalcare un soggetto sulla tematica del momento per fini elettorali.
Dopo la fresca vittoria alle Primarie contro Civati e Cuperlo, Renzi dichiara in conferenza stampa, in maniera fiera e tronfia, la schiera maggiormente femminile della sua segreteria: 7 donne e 5 uomini.

Sette le BELLE donne DI Renzi. E i giornali non tardano a tingere la squadra di un bel rosa pastello.




 
Ad ogni modo, il modo e i contenuti poco pragmatici di Renzi non mi sono mai piaciuti. Quando ha deciso di agire, ha creato solo guai, cadendo inesorabilmente in contraddizione nel tempo e con i valori di sinistra.

Ad esempio, relativamente alla tematica sulla violenza di genere e sul femminicidio, mi chiedo come possa un soggetto farsi contemporaneamente promotore della tutela della donna in quanto persona indipendente e autodeterminata, e allo stesso tempo fautore del cimitero dei feti.
Come ben evidenziato dalla giornalista Luisa Betti, "la prima arma contro la violenza è quindi l’autodeterminazione delle donne a partire proprio dal corpo e dalla libertà di decidere cosa farne in maniera assoluta e senza dubbio alcuno, tanto che in Italia la legge 194 sull’interruzione di gravidanza si lega proprio alla lotta delle donne per l’autodeterminazione. Ora, prevedere un cimitero per i feti è negare in tutto e per tutto questo principio di autodeterminazione, con una valenza culturale che danneggia gravemente le donne riportandole indietro di secoli, ed è una violenza istituzionalizzata nei nostri confronti  in quanto persone non in grado di intendere e di volere."

Ulteriore dissonanza si rileva sulla questione delle adozioni e dei matrimoni per coppie omosessuali. In occasione delle Primarie 2012 e 2013, la testa di Renzi ha cambiato spesso versione:

novembre 2012:  "Questo è un tema ancora per noi ancora non sciolto nel programma di governo."
29 novembre 2013: "Nel mio gruppo di lavoro c'è una coppia, Letizia e Teresa, che da poche settimane ha un figlio che si chiama Ernesto. Da segretario del PD lavorerò perché Ernesto abbia gli stessi diritti dei miei figli e, dopo tanti anni di discussioni andate a vuoto, faremo una legge sui diritti civili."
Insomma, oggi è la Giornata mondiale dei diritti umani e, al di là delle previsioni squisitamente politiche, io non credo che Renzi sia l'incarnazione del garante ed esecutore per i diritti civili.
Italiani, popolo di sognatori...
Ai posteri l'ardua sentenza.


martedì 19 novembre 2013

La tragedia in Sardegna e l'ennesima speculazione televisiva italiana

L'ennesima alluvione imprevedibile.
L'ennesimo corteo di politici.
L'ennesimo capo della Protezione Civile, magari presto Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e poi indagato.
L'ennesima sequela di telegiornali.
Le ennesime ospitate da Barbara D'Urso.
L'ennesima corsa alle lacrime, ai video e alle foto più struggenti.

Eccola, l'Italia della TeleMinzione.

lunedì 11 novembre 2013

Petizione contro Guardaroba Perfetto Kids&Teens: ecco perchè 27 mila firmatari "non hanno vinto"

Si può dichiarare, con rammarico e delusione, definitivamente chiusa la petizione nata per contrastare la messa in onda, prima, e la trasmissione, poi, del programma Guardaroba Perfetto Kids&Teens, in onda ogni giorno, per un mese circa, su Real Time.
All'alba dell'insediamento (era ora!) del Comitato Media e Minori del Ministero dello Sviluppo Economico, è giusto concludere la petizione, senza, purtroppo, esclamare quel "VITTORIA!", che si vede con gran piacere tra i successi della piattaforma Change.org.

Cosa è andato storto?
Innanzitutto, una mancanza di coscienza della vicedirettrice di Discovery, Laura Carafoli, che ha dato sicuramente più importanza ai suoi introiti televisivi piuttosto che alle riflessioni che dal programma potevano esser dedotte, dal punto di vista delle ripercussioni negative sull'educazione dei minori, diretti destinatari del programma.
Secondariamente, ma principalmente, un immobilismo delle istituzioni appositamente nate per evitare la programmazione di trasmissioni lesive per i minori. Il Garante per l'infanzia, Vincenzo Spadafora, l'ha ben chiamata "disattenzione bipartisan".
Il Comitato Media e Minori del Mise, seppur "rinato" nell'estate del 2013, ha dovuto attendere il 23 ottobre per essere riattivato nelle sue effettive funzioni, a causa dell'impossibilità di reperire i membri supplenti, necessari per coprire le assenze di quelli titolari.

Scrive così un suo membro attivo, il Dott. Remigio del Grosso, che ha avuto cura della petizione nonostante l'assenza del Comitato:
"Finalmente, dopo quasi due anni di “stallo” ed a tre mesi dalla nomina, si è insediato il Comitato Media e Minori. La “cerimonia” (così l’ha definita uno sconcertante comunicato stampa del Mise) è stata abilmente orchestrata dal Vice Ministro Antonio Catricalà che, giustamente, si è attribuito il merito della ricostituzione del Comitato ed ha registrato la presenza dei vertici delle emittenti (c’era perfino il rappresentante di Sky, che disconosce il Codice di Autoregolamentazione), di varie Istituzioni e del presidente della Commissione di Vigilanza. L’Agcom, che ha sistematicamente archiviato la maggior parte delle passate segnalazioni del Comitato, era presente in massa. Stranamente assente il Garante dell’Infanzia."

Insomma, 2 anni di segnalazioni arretrate. Ed in mezzo si trova anche la mia.
Nel particolare, la mia segnalazione, inoltrata a fine agosto, si dice esser stata priva di motivi.
Non capisco, però, come avrebbero potuto rispondere positivamente con una mail - di cui sotto - se la segnalazione fosse stata carente di ragioni che ricordo aver succintamente motivato (le stesse poi utilizzate per la petizione):



Un'arrampicata sugli specchi, volta a coprire inefficienze e ritardi da imputare soltanto a quella serie di organi preposti, i quali vivono ancora in un habitat di lassismo, di lentezza e di proteste interne, perdendo di vista l'obiettivo, i minori, gli unici a subirne le conseguenze.

Si, c'è una sconfitta, l'ennesima, ma non è la nostra.

Grazie ancora a tutti quelli che hanno supportato la causa, sperando sia comunque servita a qualcosa.
A due mesi dalla ricostituzione del Comitato Media e Minori del Ministero dello Sviluppo Economico, voluta dal Vice Ministro Antonio Catricalà, la situazione ancora non si sblocca ed i mesi di “stallo” diventano ormai oltre venti. Nonostante, infatti, l ’insediamento ufficiale del Comitato fosse previsto nella prima quindicina di settembre, ancora nessun segnale arriva dal Ministero. Evidentemente ci sono problemi legati alla nomina dei membri supplenti che sono assolutamente necessari per colmare eventuali vuoti determinati dalle assenze dei membri titolari. Già alla prima riunione informale, infatti, mancavano due membri in rappresentanza delle istituzioni, il magistrato Giovanni Rossi e la sen. Anna Serafini. Una dimostrazione delle difficoltà a reperire i membri supplenti è la recente polemica presa di posizione di Antonio Diomede, Presidente della REA, associazione che riunisce alcune tv e radio locali, che ha declinato l’invito del Vice Ministro Catricalà, dichiarando di “lasciare ad altre rappresentanze più meritevoli l’esclusivo compito di difesa non dei diritti dei minori ma dei programmi spazzatura diffusi da alcune reti locali e nazionali private e dalla RAI per minimizzarne la portata diseducativa e di permanente violenza anche nelle fasce protette” - See more at: http://ladonnaobsoleta.blogspot.it/search?updated-max=2013-09-30T01:18:00-07:00&max-results=5#sthash.8LymZ9f1.dpuf

A due mesi dalla ricostituzione del Comitato Media e Minori del Ministero dello Sviluppo Economico, voluta dal Vice Ministro Antonio Catricalà, la situazione ancora non si sblocca ed i mesi di “stallo” diventano ormai oltre venti. Nonostante, infatti, l ’insediamento ufficiale del Comitato fosse previsto nella prima quindicina di settembre, ancora nessun segnale arriva dal Ministero. Evidentemente ci sono problemi legati alla nomina dei membri supplenti che sono assolutamente necessari per colmare eventuali vuoti determinati dalle assenze dei membri titolari. Già alla prima riunione informale, infatti, mancavano due membri in rappresentanza delle istituzioni, il magistrato Giovanni Rossi e la sen. Anna Serafini. Una dimostrazione delle difficoltà a reperire i membri supplenti è la recente polemica presa di posizione di Antonio Diomede, Presidente della REA, associazione che riunisce alcune tv e radio locali, che ha declinato l’invito del Vice Ministro Catricalà, dichiarando di “lasciare ad altre rappresentanze più meritevoli l’esclusivo compito di difesa non dei diritti dei minori ma dei programmi spazzatura diffusi da alcune reti locali e nazionali private e dalla RAI per minimizzarne la portata diseducativa e di permanente violenza anche nelle fasce protette” - See more at: http://ladonnaobsoleta.blogspot.it/search?updated-max=2013-09-30T01:18:00-07:00&max-results=5#sthash.8LymZ9f1.dpuf
A due mesi dalla ricostituzione del Comitato Media e Minori del Ministero dello Sviluppo Economico, voluta dal Vice Ministro Antonio Catricalà, la situazione ancora non si sblocca ed i mesi di “stallo” diventano ormai oltre venti. Nonostante, infatti, l ’insediamento ufficiale del Comitato fosse previsto nella prima quindicina di settembre, ancora nessun segnale arriva dal Ministero. Evidentemente ci sono problemi legati alla nomina dei membri supplenti che sono assolutamente necessari per colmare eventuali vuoti determinati dalle assenze dei membri titolari. Già alla prima riunione informale, infatti, mancavano due membri in rappresentanza delle istituzioni, il magistrato Giovanni Rossi e la sen. Anna Serafini. Una dimostrazione delle difficoltà a reperire i membri supplenti è la recente polemica presa di posizione di Antonio Diomede, Presidente della REA, associazione che riunisce alcune tv e radio locali, che ha declinato l’invito del Vice Ministro Catricalà, dichiarando di “lasciare ad altre rappresentanze più meritevoli l’esclusivo compito di difesa non dei diritti dei minori ma dei programmi spazzatura diffusi da alcune reti locali e nazionali private e dalla RAI per minimizzarne la portata diseducativa e di permanente violenza anche nelle fasce protette” - See more at: http://ladonnaobsoleta.blogspot.it/search?updated-max=2013-09-30T01:18:00-07:00&max-results=5#sthash.8LymZ9f1.dpuf

mercoledì 30 ottobre 2013

La Fiat sessista e lo IAP delirante. La petizione: "Marchionne ritiri lo spot."

Utilizzo con molto piacere il mio blog per riportare interamente ciò che Annamaria Arlotta mi ha raccontato riguardo la situazione dell'ultimo spot vilente e sessista della Fiat relativa alla nuova autovettura 500 S.



Annamaria ha sempre avuto interesse e cura di queste tematiche, tanto da fondare un gruppo su Facebook, "La pubblicità sessista offende tutti", divenuto potente mezzo non solo di circolazione di idee, ma anche e soprattutto di azioni significative, come segnalazioni allo IAP (organo competente in materia di pubblicità) o lancio di petizioni.
La FIAT è stata oggetto di discussione nel gruppo più volte, a causa delle sue réclame poco originali.

Mi scrive Annamaria:
Da anni la Fiat crea spot per l’utenza italiana a base di donne sexy e paralleli tra loro e le macchine. E' di quest’anno la réclame della Lancia dove aleggiano leggiadre e sessualizzate donne-animali. Il claim è “seducente per natura”.

Quello della Panda del 2011 presenta la giustapposizione di immagini di donna sexy e dell’automobile, suggerendo che comprando l’auto si conquisti anche la donna. Una voce maschile dice “quella che vedete non è una escort”, mentre compare una donna in tacchi alti. Subito dopo appare l’automobile: “Al contrario di una escort ha un prezzo fisso per tutti.”
Da qualche tempo viene mandato in onda in Italia lo spot creato l’anno scorso dalla Fiat per il Super Bowl, evento sportivo americano di grande risonanza. L’identificazione della donna con l’automobile qui è completa.
Alle segnalazioni arrivate all’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria è seguito da parte dell’organismo di monitoraggio e controllo della pubblicità una risposta che ha del delirante. Il Giurì dello Iap scrive tra l’altro: “anche se la metafora donna-macchina esiste senz'altro l'automobile viene "innalzata a donna".
A questo punto un’utente del gruppo che ho fondato ha suggerito di lanciare una petizione. Ho scritto il testo e anche una versione ridotta in inglese ed è partita qualche giorno fa, indirizzata a Sergio Marchionne.
Spero che saranno davvero tanti a firmare, per dire a Fiat e allo Iap che non è più tollerabile che si mercifichi la donna perché questa operazione è umiliante per tutti.

Potete firmare la petizione a questo link https://www.change.org/it/petizioni/fiat-ritiri-lo-svilente-spot-sessista-della-500-s.
Mi raccomando, FIRMATE!

lunedì 28 ottobre 2013

Il post-pranzo e la parità di genere

Una fulminea e breve riflessione sulla parità di genere "in piccolezze", come nel momento di fine pranzo in ogni buona famiglia italiana.
Situazione familiare post-pranzo:

- mio padre si rilassa con l'Ipad disteso sul divano.
- mio fratello si rilassa con l'Iphone suduto su un altro divano.
- io e mia madre sparecchiamo la tavola, puliamo a terra, svuotiamo la lavastoglie, riempiamo la lavastoviglie, ritiriamo i panni stesi.


Nel frattempo, viene chiesto il caffè.

La rivoluzione sulla parità di genere è ancora lontana, lontana anche da casa mia.


lunedì 21 ottobre 2013

Libreria, reparto Psicologia: ecco l'editoria che non vuole bene alle donne

La scorsa domenica pomeriggio decisi di fare una passeggiata tra le strade cittadine, giusto per staccare da un fine settimana poco rilassante, passato tra pareri e memorie difensive.
Io adoro leggere e trovare una libreria aperta mi fece preludere un'ora di piacere assicurato. Mai altro pensiero fu più smentito di così.
Infatti, sbirciando tra le promozioni dei classici e le nuove proposte, e passando da un reparto all'altro del negozio, dalla Storia alla Filosofia, dal Turismo alla Cucina, finii lì, lì dove decisi di non fermarmi mai; lì, in quel compartimento definito con l'improprio nome di "PSICOLOGIA", così improprio da far accapponare la pelle a Jung o Piaget.

Chi avrebbe mai detto ai padri miliari di questa scienza che ciò che veniva definito come "lo studio dell'anima", ora non è altro che uno scaffale pieno di generalizzazioni, presunzioni e stereotipi?
A loro, che tanto si sono domandati sul genere umano, viene proposta la più alta espressione di banalizzazione.





Una accozzaglia variegata di fogli (incredibilmente, anche questi li chiamano libri), incollati ad altrettanta opinabile serie di copertine, su cui poggia sempre lo stesso argomento verso lo stesso destinatario: come sopravvivere, in quanto donna, alle "difficoltà maggiori" della vita, quali la scelta dell'abito da sposa, la fine di un amore o la ricerca del principe azzurro.
Ecco i libri del reparto di Psicologia: titoli semplici dai colori brillanti e immagini di impatto, come bocche rosse con lecca lecca in sovraimpressione.


Famosa, a quanto pare, è la fortunata collana di libri di Sherry Argov (si, proprio una donna), che con volumi come "Falli soffrire" e "La magnifica stronza", spiega il perchè gli uomini lasciano le brave ragazze e come trasformarsi in una perfetta "bitch" da sposare.

250.000 copie vendute, 250.000 brave ragazze in meno.

 
Un altro esempio, questa volta di penna maschile, è "Bastardo: istruzioni per l'uso".

L'indice che si apre davanti ai miei occhi stila una serie di consigli su come le donne possono intercettare e soddisfare i bisogni ed i piaceri maschili.

Si passa dalle tecniche di seduzione ed approccio sessuale, alle strategie per assicurarsi la mano dello sposo e l'anello al dito, a quelle ancora di acquisizione di autonomia finanziaria per essere più appetibili come mogli.
Altro che 50 sfumature di grigio!

L'uomo, soggetto-oggetto di conquista, è l'unico a rivestire un ruolo rilevante nella coppia. La donna è votata a lui in tutto e per tutto, pronta ad essere addomesticata per ogni evenienza.


E chi sarà il pater di questa opera letteraria?
Ma è ovvio: Steven Santagati, ex modello per brand come Armani e Gillette e protagonista di oltre settanta spot pubblicitari; ospite fisso come “consulente maschile” di molte trasmissioni tv americane, scrive inoltre su Men’s Journal.
Il suo libro, da me citato, è nato dal suo cliccatissimo sito ed è descritto come un grande bestseller.
L'autore di ciò che si è, dunque, rivelato un "capolavoro" ha la presunzione di credere che avvisi di questo tipo possano incentivare dialogo e comprensione tra generi, tra uomini e donne, o meglio tra maschi e femmine.
La puntualizzazione è dovuta, soprattutto quando uno dei più alti consigli, posti più sotto forma di comando che altro, è quello, ad esempio, di sfruttare al meglio il proprio seno, poichè, testualmente, "in quella giungla che sono le relazioni, per vincere dovete utilizzare ogni freccia al vostro arco. Farci girare la testa usando le tette è una di queste".

Di seguito, solo una piccola parte della dettagliata classificazione delle misure di seno e dei relativi avvertimenti, diversi a seconda della taglia posseduta:



Dopo letture del genere, non puoi voler altro che rifugiarti tra i classici del passato, tra le bocche parlanti - e senza lecca lecca - di Mary Wollstonecraft o Virginia Woolf.

E dire che il mondo del libro, della lettura e dell'editoria è sempre più al femminile. 
Le donne leggono di più e comprano sempre di più, tanto che Maurizio Bono su La Repubblica le ha chiamate sovrane lettrici, perchè "se le donne smettono di comprare libri, è morta l’editoria"
Inoltre, secondo una recente fotografia dell'Associazione Italiana Editori (AIE), il mondo femminile sta pian piano ricoprendo il 50% delle funzioni dirigenziali o direttive.

Ma, purtroppo, nonostante questo, l'editoria non vuole bene alle donne...e neanche le lettrici se ne vogliono granchè.

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